Plagiocefalia

Plagiocefalia: cosa posso fare io mamma?

Una volta fatta la diagnosi medica di Plagiocefalia Posizionale, è necessario intraprendere un percorso terapeutico? I genitori sono protagonisti attivi?  Cosa fare?

Questo tipo di domande, per un genitore al cui figlio viene confermata tale diagnosi, non sono poi cosi peregrine, e dunque è bene fare chiarezza subito.
Uno studio scientifico del 2001 ha evidenziato che la Plagiocefalia Posizionale “ non ha tendenza spontanea al miglioramento”;  ed  è altrettanto importante sapere che più precoce è la diagnosi, maggiore sarà l’efficacia del trattamento,  soprattutto se questo avviene tra i 2 e  gli 8  mesi di vita.
La finestra terapeutica di cui possiamo beneficiare è in realtà più ampia, perché fino all’età di 12-18 mesi al massimo è possibile ottenere un cambiamento funzionale ed estetico, ma sapendo che sarà inversamente proporzionale all’età del bimbo.
Detto ciò, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di capire cosa possiamo e dobbiamo fare di buono per questi piccoli pazienti.

Ad esempio, quale cura viene proposta ai genitori del neonato?
Le linee guida operative per la Plagiocefalia Posizionale dettate dalla American Academy of Pediatrics  (AAP) indicano (a seguito degli esami clinici)  il riposizionamento, la terapia manuale  e l’elmetto o caschetto.
Lasciamo ad una riflessione che faremo in un’altra occasione la distinzione e la possibile scelta tra terapia manuale e caschetto,  e chiariamo che  senza dubbio l’aspetto più importante, all’inizio della cura (e su questo sono tutti concordi in ambito scientifico),  è il riposizionamento o posizionamento attivo.

 Di che si tratta?
I genitori dovrebbero ricevere dal pediatra o da chi si sta prendendo cura del loro bimbo, una serie di istruzioni e di suggerimenti relativi alla gestione diurna e notturna del lattante, al fine di ridurre gli effetti indotti dalla spinta delle forze esterne (pre e/o postnatali),  che hanno alterato la simmetria del cranio.
I primi quattro mesi di vita del neonato sono fondamentali per poter ottenere il massimo risultato dalle pratiche di riposizionamento attivo: successivamente il piccolino inizierà ad assumere autonomamente la posizione preferita e diverrà complicato controllare ad esempio durante il sonno notturno la correttezza dell’appoggio della testa, pur con l’aiuto di cuscini o ausili di supporto.

Ma il riposizionamento attivo riguarda anche e soprattutto una serie di pratiche quotidiane “diurne” che i genitori possono utilizzare virtuosamente:

  • durante l’allattamento privilegiare quella posizione in cui il neonato appoggia sul braccio della mamma la parte posteriore e laterale della testa che non è appiattita: il resto del corpo del neonato si manterrà sullo stesso fianco
  • limitare al minimo l’uso del seggiolino
  • utilizzare uno spessore (ad esempio un piccolo asciugamano arrotolato) con cui “sollevare” leggermente, rispetto al lettino, la spalla e il dorso del bimbo dal lato appiattito, per invitarlo a girare la testa nella direzione opposta
  • posizionare la culla o la carrozzina in modo tale da facilitare al neonto la ricerca degli adulti orientando la testa “fuori” dall’appoggio viziato
  • infine, il tummy time, ovvero un tempo di mantenimento della posizione prona con lo scopo di liberare dall’appoggio l’area di appiattimento del cranio e al tempo stesso sollecitare la muscolatura del collo che influenza anche il modellamento occipitale.

 

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